Non voglio fare un discorso in generale. Voglio dire come la penso io,
per me e per nessun altro. E sostenere al tempo stesso che questa mia
personalissima posizione, che posso articolare razionalmente,
eticamente, spiritualmente e teologicamente, è universalizzabile non
nel senso che deve valere per tutti, ma nel senso che l’accoglimento
della mia richiesta non esclude, anzi comprende l’analogo rispetto di
quella opposta. Il viceversa, purtroppo non vale. Rispettare la
volontà di Giorgio Welby ed Eluana Englaro non obbliga nessun altro,
mentre accogliere in etica pubblica i dettati delle gerarchie
cattolico-romane obbliga Giorgio ed Eluana a morire come altri ha
deciso, per di più – dico io – in nome di una astratta ideologia della
vita a cui si pretende sia conferito uno status sovraordinato rispetto
ad altre ideologie o visioni del mondo altrettanto rispettabili.
Trattare l’altro come un fine e non come un mezzo è un criterio
fondamentale di un’etica che si voglia universalistica.
Potrebbe capitare anche a me di trovarmi nella situazione di Eluana.
Voglio anch’io, in piena libertà e responsabilità, per me, che siano
sospese le cure che potrebbero tenermi, anche per decenni, nello stato
di Eluana. Rifiuto, per me, l’interpretazione secondo cui sarei fatto
morire di fame e di sete. Quel tipo di alimentazione – come spiega con
pacatezza e ragionevolezza esemplari il Dottor Marino – fa parte di
una serie di sofisticatissime cure, possibili solo da pochi attimi –
se misuriamo il tempo sullo sfondo dell’evoluzione dello homo sapiens
sapiens – grazie ad una del tutto "innaturale" tecnologia. È uno dei
risultati dello sforzo umano di contrastare il corso naturale degli
eventi e di combattere malattia, morte e dolore (che per me cristiano
evangelico non ha alcun valore redentivo).
Proprio dicendo questo, rifiuto espressamente di attribuire all’idea
di "natura" un valore etico dirimente. Ho cinquantaquattro anni e –
statisticamente – ho raggiunto questa età "contro natura". In Italia,
la speranza di vita alla nascita era, nel 1910, di circa 44 anni per i
maschi e 46 le femmine, per poi passare, nel 1990, rispettivamente a
73 e 80 anni. Speranza di vita alla nascita vuol dire che si doveva
già aver superato una prima prova naturale, il parto. Una volta nato,
statisticamente, ognuno di noi avrebbe potuto esser portato via da una
delle malattie "naturali" che nel frattempo abbiamo debellato con
vaccini e cure. E vogliamo e speriamo di potere andare ancora più
avanti, non soltanto nel senso di scoprire altre cure, ma anche di
estendere a tutti gli umani i livelli "innaturali" di sopravvivenza e
la qualità "innaturale" della vita che oggi sono appannaggio di una
parte soltanto dei figli e delle figlie di Adamo.
Non si può parlare di morte "naturale" (che le cure palliative
affretterebbero) nel caso di un malato terminale che sia giunto fino a
quel punto grazie ad interventi chirurgici, cure chimiche e
radiologiche e che magari avesse in precedenza sofferto di altre
malattie un tempo incurabili. La "natura" avrebbe già risolto ogni
problema con largo anticipo e con metodi drastici. I seri problemi che
dobbiamo affrontare non sono dunque "naturali", ma legati
all’interazione dell’uomo con la "natura". Non possiamo contrastare la
natura con le cure mediche, per poi invocarla quando dobbiamo
affrontare i nuovi interrogativi che esattamente questo contrasto ha
sollevato. Né sul fronte dei problemi, né su quello delle soluzioni –
e sarebbe meglio parlare di scelte – la "natura" può essere invocata
come criterio sufficiente e dirimente. Comunque, non per quel che
riguarda la mia vita e la mia morte.
Per me, è fondamentale un aspetto etico di cui mi sembra non si parli
punto: se si tengono occupati per me, per anni e decenni, il
macchinario e il personale necessari a tenermi in quella "vita", le
stesse risorse sono precluse a qualcun altro che forse potrebbe poi
uscire dal coma. Io non voglio che quella eventualità si presenti in
nome mio. Io voglio lasciare libero quel posto, senza peraltro negare
ad un altro il diritto di tenerlo occupato sine die se lo preferisce.
Rivendico però la legittimità e la drammaticità etica
dell’interrogativo: che fare se c’è una macchina sola e due o più
persone che ne hanno bisogno? Per quanto sta a me, scelgo l’opzione di
lasciare libere le cure e i macchinari messi a mia disposizione.
Questo indirizzo ha come unico presupposto il parere medico che la
situazione è "a viste umane", come si dice, irreversibile. Le mie e le
nostre decisioni responsabili sono sempre "a viste umane". Per me io
accetto, anzi richiedo, questo margine di valutazione medica e per me
lo riconosco come valido sin da ora.
Vivo e dico tutto questo a testa alta, davanti a Dio e con Dio, nella
libertà che mi ha donato e nella responsabilità a cui mi ha chiamato,
fidandomi di lui. Lo vivo e lo dico in preghiera, nella riconoscenza
per tutto ciò che mi è stato donato; e con la volontà di non
idolatrare la mia vita; e nella speranza che "ciò che è mortale sia
assorbito dalla vita" (2 Cor 5,4). Ritengo che in tutto questo Dio non
mi respinga come un nemico della sua legge, ma mi accolga come un
peccatore perdonato, cosa che del resto fa in ogni momento della mia
vita. Insomma, vivo anche questo nella prospettiva della fede, che non
è adesione ad un complesso di dottrine e valori, ma relazione
personale con colui al quale devo la vita e la libertà. Amen.
Se dovessi trovarmi nella situazione di Eluana, credo dovrebbe bastare
leggere questi pensieri – che ora pubblico in questa forma, ma che più
volte ho espresso davanti ad una platea di uditori, dunque davanti a
testimoni, e dunque in situazioni in cui era di palmare evidenza a
tutti che esprimevo liberamente la mia volontà e che ero in pieno
possesso delle mie facoltà mentali – per dirimere ogni dubbio circa la
mia volontà per me. Posso capire che ci siano obiezioni di tipo
giuridico a questo tipo di esternazione, e comunque non tutti hanno la
fortuna di pronunciarsi di fronte ad un pubblico. Per questo è
necessario che ci sia la possibilità, per tutti, se lo vogliono, di
formalizzare le proprie volontà, anche in questo ambito.
È proprio questa libertà responsabile che il papa – autoproclamatosi
garante e arbitro di quei diritti umani che la sua Chiesa ha avversato
fino all’altro ieri, e interprete autentico della dichiarazione di cui
celebriamo il sessantenario – vuole che non passi. Lo asseconda nel
nostro paese una nutrita schiera bipartisan di chierichetti atei, che
a Dio non credono, ma che al papa piegano se non la schiena e le
ginocchia almeno la coscienza, più spesso entrambe. Speriamo vinca la
libertà.
http://www.chiesavaldese.org/pages/a...nti.php?id=852