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Vecchio 26-05-2008, 12.02.18   #1
poseidone
 
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grande depressione lezione di storia per insegnanti
http://www.effedieffe.com/content/view/3294/182/


«La Public Works Administration (PWA) roosveltiana non era priva di
somiglianza col Gulag sovietico». Cosi' si conclude la ricerca di uno
studioso russo. «Secondo le statistiche ufficiali americane gli Stati Uniti
persero non meno di 8 milioni e 553 mila persone fra il 1931 e 1945». Di
fame. Milioni di americani espulsi da case e terre. Mentre migliaia di
tonnellate di generi alimentari venivano distrutti per seguire le ferree
regolore del mercato. Un genocidio americano.
La grande depressione in USA: 7 milioni di morti
Maurizio Blondet 23 maggio 2008


Charlot che cucina e mangia una scarpa ne «Il Monello» è una scena che
non si può dimenticare. Ma probabilmente pochi ricordano che il primo film
«King Kong», l'originale in bianco e nero, comincia con la storia di
un'attricetta
che cerca di rubare una mela da una bancarella, perchè non mangia da tre
giorni. Sono film girati nella Grande Depressione americana, 1931-1940,
provocata dalla speculazione finanziaria e dalla crisi di Borsa del '29.

Ora si scopre che quei film non esageravano per paradosso umoristico
la situazione: secondo lo studioso russo Boris Borisov (1), oltre sette
milioni di americani scomparvero nel decennio 1931-1940. Come ha fatto
Borisov ad arrivare a questa cifra?

Consultando le statistiche demografiche ufficiali dell'US Census
Bureau: nascite, morti, immigrazioni ed emigrazioni. E' lo stesso metodo in
base al quale il demografo americano Alec Nove e lo storico britannico
Norman Davies hanno cercato di stabilire il «costo umano del comunismo» ai
tempi di Stalin: 11 milioni di russi risultano morti in eccesso sulla
tendenza, scomparsi per fame e lager, più 22 milioni di morti nella seconda
guerra mondiale durante la dittatura stalinista. Secondo Davies la cifra
totale può essere stata di 50 milioni.

In ogni caso, le statistiche demografiche rivelano tragici vuoti nelle
generazioni sovietiche. Sorprendentemente, la demografia USA rivela gli
stessi tragici vuoti.

«Secondo le statistiche ufficiali americane», scrive Borisov, «gli
Stati Uniti persero non meno di 8 milioni e 553 mila persone fra il 1931 e
1945».

Una parte a causa dell'emigrazione: durante la Grande Depressione il
flusso migratorio si invertì, gli americani che cercarono una vita
all'estero
superarono quelli che immigrarono in America. Nel decennio precedente, il
saldo degli afflussi era stato positivo per 2.960.782 nuovi arrivi. Per il
decennio della Depressione, il saldo è negativo: 3 milioni e 54 mila persone
se ne andarono. Ma come si giunge ad 8 milioni e passa di scomparsi?

«Nel 1940, in base alla crescita demografica normale, gli USA
avrebbero dovuto contare una popolazione di 141.856 milioni», risponde
Borisov: «Invece nel 1940 la popolazione americana risultava di 131.409
milioni. Se sottraiamo i 3 milioni e passa spiegabili col deflusso
migratorio, restano 7.394.000 persone che non esistono più nel '40. E non
c'è
alcuna spiegazione ufficiale del fenomeno».

Borisov punta l'attenzione sul biennio 1931-1932: «Allora gli indici
di crescita demografica cambiano due volte e in modo istantaneo, nel senso
che scendono notevolmente, e restano allo stesso livello per il decennio
seguente». Cosa accadde?

Per Borisov, quei 7 milioni di americani morirono di fame e di stenti.
Lo studioso sottolinea la coincidenza, non solo temporale, con l'Holodmor,
la grande carestia sovietica provocata dalle crudeli esazioni del regime
contro i coltivatori diretti, le confische forzate dei grani e persino delle
sementi, che si concluse con la deportazione dei kulaki ucraini nel 1932-33
accusati di «sabotaggio» (privi di sementi, non poterono garantire il
raccolto). La repressione portò praticamente alla mancata produzione
agricola per anni, la fame infuriò in tutto l'impero sovietico. In Ucraina,
vi furono casi di contadini che mangiarono i loro figli nati morti.

Ma è possibile che qualcosa di simile sia avvenuto in America, in
regime di libertà e di proprietà privata, con in più la politica sociale del
New Deal rooseveltiano?

«Pochi sanno», replica Borisov, «che cinque milioni di coltivatori
americani, circa un milione di famiglie, furono espulsi dai loro terreni:
pignorati dalle banche, perchè non riuscivano a pagare i debiti contratti.
Gente che dovette lasciare la propria casa ed errare qua e là senza meta,
senza denaro e senza proprietà; che si trovò confusa tra le masse di milioni
di disoccupati, impossibilitata a trovare un lavoro, preda di sfruttamento
gangsteristico».

E' esattamente il quadro, grandiosamente tragico, che il romanziere
John Steinbeck ha descritto nel suo «Grapes of Wrath» (in italiano
«Furore»): una povera famiglia di mezzadri, i Joads, cacciata dalla sua
terra dai debiti, dalla miseria e dal Dust Bowl (in quegli anni, per giunta,
le terre troppo sfruttate dalla nuova agro-industria si isterilirono, tutto
il Midwest agricolo divenne una «scodella di polvere») vagano in cerca di
lavoro e di dignità; e si ritrovano nella Central Valley californiana
insieme a migliaia di altri disgraziati privati di tutto, angariati e
sfruttati da padroni che hanno a loro disposizione, per mantenere l'ordine,
dei criminali.

Un autore americano di quegli anni, Jack Griffin, ha rievocato la sua
infanzia in questo modo: «Ricordo che avevamo cambiato il solito cibo, ora
mangiavamo quello disponibile. Invece dei cavoli, cucinavamo foglie. Abbiamo
anche mangiato rane. Mia madre e la mia sorella maggiore morirono nel giro
di un anno».

Nelle città la situazione non era migliore, come mostra il film di
Charlie Chaplin e la storia dell'attricetta di King Kong che ruba una mela.
Anzi. A New York, i negozi esibivano in abbondanza ogni ghiottoneria a basso
costo (c'era la deflazione), ma era solo per i ricchi. La gente comune,
disoccupata, non aveva i soldi per comprare. Centinaia di miglia di persone
restavano a stomaco vuoto per giorni, davanti a vetrine rigurgitanti di
carni, pollami, salumi. L'abbondanza era tale, che tonnellate di alimenti
venivano regolarmente distrutte.

Ciò perchè, anche durante il New Deal restarono in vigore le strette
regole del «mercato»: i generi alimentari, che restavano in venduti in
quantità per la crisi, venivano obbligatoriamente eliminati come «surplus».
Distribuirli ai milioni di poveri affamati avrebbe turbato il mercato,
facendo calare ulteriormente i prezzi. Dalle statistiche, risulta che 6,5
milioni di maiali furono uccisi e inceneriti nei crematori. Interi raccolti
furono incendiati nei campi, migliaia di tonnellate di grano affondate in
mare. Dieci milioni di ettari di terra agraria furono lasciati incolti per
legge, perchè la «offerta» superava la «domanda» solvibile.

Vero è che le grandi opere pubbliche lanciate da Roosevelt furono la
salvezza per 3,3 milioni di disoccupati e contadini privati della terra;
nell'insieme, 8,5 milioni di americani lavorarono nel decennio per le grandi
opere, senza contare i detenuti, messi a lavoro forzato.

Ma le ricerche di Borisov hanno messo in luce un dato finora
sottovalutato: l'enorme peso della tassazione sui salari, dovuto appunto
alla recessione, per contrastare gli introiti fiscali calati
drammaticamente. Un lavoratore dei lavori pubblici riceveva 30 dollari al
mese lordi, ma 25 andavano in tasse. Restavano 5 dollari al mese (allora con
forte potere d'acquisto, ma non certo una buona paga) per scavare canali e
costruire ponti e dighe in territori selvaggi e malarici, dormendo in
baracche, dove gli incidenti sul lavoro erano all'ordine del giorno;
praticamente quei poveracci lavoravano solo per aver da mangiare.

Tutto ciò consente a Borisov (con una certa Schadenfreude) di
paragonare il programma di opere pubbliche rooseveltiano al Gulag sovietico,
la rete di campi di concentramento gestitit dall'NKVD (poi KGB) dove in
quegli stessi anni milioni di russi morirono scavando canali nel nulla, come
il famigerato canale Mar Bianco-Mar Baltico. A 30 sottozero.

«La Public Works Administration (PWA) non era priva di somiglianza col
Gulag sovietico», scrive infatti Borisov: «Aveva persino il suo Beria
americano, nella persona del segretario al Tesoro Harold Ickes, che
rinchiuse due milioni di giovani disoccupati in campi di raccolta».

Harold LeClair Ickes (1874-1952) avrebbe poi applicato questa sua
specializzazione all'inizio della guerra mondiale, quando - nel giro di 72
ore - internò in campi di concentramento tutti i cittadini americani di
origine o discendenza giapponese.

Un milione e centomila americani con gli occhi a mandorla furono
istantaneamente rastrellati su ordine di Roosevelt (Executive order 9.066
del 1942), costretti a svendere i loro beni, e raccolti in dieci campi,
donne, vecchi e bambini.



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1) Boris Borisov, «Famine killed 7 million people in USA», Pravda, 19
maggio 2008.




 
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Vecchio 26-05-2008, 13.09.55   #2
Maurizio Pistone
 
Messaggi: n/a
Re: grande depressione lezione di storia per insegnanti
poseidone <poseidonediodelmare*tele2.it> wrote:

> La Public Works Administration (PWA) roosveltiana non era priva di
> somiglianza col Gulag sovietico


questo è il tipico esempio di uso ideologico della storia.

Il nostro russo mette insieme, come se fossero la stessa cosa:

a. la Grande Depressione, che fu l'effetto combinato di una enorme bolla
speculativa, di una crisi ciclica, dell'aumento della produzione di beni
di consumo cui non corrispondeva un adeguato aumento dei redditi dei
consumatori, della crisi dei mercati finanziari e della chiusura dei
commerci internazionali come conseguenza della conclusione della I
guerra mondiale e dei trattati di pace ecc.

b. la politica del New Deal, iniziata (uno sguardo alla cronologia non
fa mai male, quando si parla di storia) quando la crisi era in atto
ormai da quattro anni - e da quattro anni la gente moriva di fame.

È un po' come se, di fronte ad un morto di tubercolosi su cui cure
tardive non hanno fatto effetto, si dicesse che è morto in conseguenza
della malattia infettiva *e* degli antibiotici. (La conclusione logica
è: gli antibiotici ammazzano la gente, la tubercolosi si cura con
l'omeopatia, l'argilla, i fiori di Bach...)

Alla base di questo ragionamento è che se la gente muore di fame e lo
stato se ne frega, la gente muore di fame. Se lo Stato attua delle
politiche sociali, ma qualcuno continua a morire di fame, è lo Stato che
ammazza la gente. È il tipico ragionamento circolare: si parte dal
presupposto che lo Stato è il male, e si arriva a dimostrare che lo
Stato è il male. Ogni politica sociale attuata dallo Stato è un Gulag
Komunista. Se lo Stato attua un piano di opere pubbliche, e otto milioni
di operai sono assunti per costruire opere pubbliche, possiamo
tranquillamente contabilizzare questi otto milioni di persone tra gli
schiavi di Stato.

Conclusione: la gente deve essere lasciata libera di morire di fame per
i kazzi suoi.




--
Maurizio Pistone strenua nos exercet inertia Hor.
http://blog.mauriziopistone.it
http://www.lacabalesta.it
http://blog.ilpugnonellocchio.it
 
 
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